aequĭnoctĭum – e l’uguaglianza del pianeta terra.
Arrivo alla spiaggia nel primo giorno di primavera. Non lo avevo programmato, è capitato e basta.
Il mare mi attende, deserto, o quasi.
Due pescatori, immobili sugli scogli come statue scolpite dalla salsedine, vegliano in paziente silenzio sui propri ami, offerte d’acciaio sospese nell’acqua, piccole speranze di successo, brivido della cattura, sublimazione dell’attesa protese verso un fondo irraggiungibile.
Il mio arrivo è un’intrusione; lo sento subito, con quella chiarezza che appartiene soltanto ai luoghi che vivono di vita propria: ho turbato qualcosa, rotto senza volerlo la trama sottile di un equilibrio antico. Sono una macchia su una camicia bianca, un rumore di troppo dentro un quadro che ha trovato la propria perfezione senza di me, un buco quantico nello spazio-tempo di questa realtà immobile e silenziosa.

L’unico suono che sento è quello delle onde, non il fragore del mare d’estate, gonfio di sé e del fastidioso vociare della folla, ma qualcosa di più intimo e discreto: un’acqua che si posa sulla battigia con la delicatezza di chi non vuole disturbare, che si ritira con la grazia modesta di chi sa quando tacere.
Bello sapere quando dover tacere, merce rara che in molti non padroneggiano.
Mi fermo; divento albero, uno di quegli alberi spogli di gennaio, dai rami ossuti e scheletrici che il vento attraversa senza incontrare resistenza alcuna; resto immobile, zitto, ascolto.
Bastano una maciata di brevissimi istanti.
Come accade nei romanzi di quart’ordine, senza cerimonie né annunci, attraverso inconsapevolmente quella soglia. Non sono più fuori dal quadro: ne sono diventato parte, non più intruso, non più elemento dissonante, ma presenza accordata al resto, al grigio dell’acqua, al silenzio dei pescatori, al bianco dei gabbiani che tracciano nel cielo geometrie lente e indecifrabili, chiamandosi l’uno con l’altro in quel linguaggio che non è rumore ma respiro del cielo.

Ricomincio a muovermi; i miei passi fanno parlare i sassi, ciascuno con la propria voce, grave o acuta secondo la grandezza, la forma, il materiale, e anche il susseguirsi di diverse note diventa parte della musica del luogo.
Respiro, mi muovo, osservo: non sono più di troppo.
Sono entrato nel piccolo sistema, nel piccolo mondo e dal piccolo mondo vengo accolto, senza domande, senza pretese.
Il sole intanto fa capolino da dietro la montagna, timido come un ospite che non vuole sembrare invadente, e la sua luce cade obliqua sull’acqua con quella qualità particolare che ha soltanto d’inverno, o nel primo giorno di primavera, che dell’inverno porta ancora il ricordo sulla pelle.

La pace che si prova al mare fuori stagione non assomiglia ad alcun’altra pace. C’è chi c’ha pure scritto una canzone. È una pace che non ha bisogno di essere conquistata né meritata: si offre, semplicemente, a chi sa stare fermo abbastanza a lungo da riceverla, a chi entra nel quadro (non senza imbarazzo) ma decide ostinatamente di restarci.
È qui che riscopro il silenzio.
Non il silenzio assoluto, quello appartiene ai luoghi morti e questo luogo è vivo, ma il silenzio dell’anima: quello che il rumore della natura non viola, perché ne è la voce più antica. Le onde, i gabbiani, il crepitio dei sassi sotto i piedi: tutto questo è vicinissimo al silenzio, ne è la forma sonora, la sua traduzione in qualcosa che le orecchie possono finalmente capire.
È un silenzio che si sente e fa rumore.
In un mondo fatto di velocità e colpi, di musiche e jingle e battiti sovrapposti, il silenzio è diventato una forma di resistenza che cerco, che inseguo in luoghi come questo, e ogni volta che lo trovo me ne innamoro di nuovo, con quella gratitudine quieta che si prova per le cose rare.
Qui mi ritrovo, mi rigenero e ricomincio a respirare.
Lascio fluire i pensieri, vengo assalito dal furore dei ricordi.
In fondo alla spiaggia, dove la riva si stringe, una fila di scogli la attraversa da parte a parte. Un muro apparentemente naturale, disordinato e antico, che qualcuno ha costruito e che tutti hanno sempre accettato.
Da bambino sapevo già cosa rappresentava.
Da un lato la spiaggia libera: la nostra, quella a cui forse inconsciamente sono approdato. Lo spazio condiviso, caotico e generoso, dove gli ombrelloni di forme e colori improbabili si contendevano ogni centimetro con la diplomazia rumorosa dei poveri. Le brandine scassate; le borse frigo piene di birre “Union” dalle pesanti bottoglie color marrone stinto, già inesorabilmente calde alle undici; i panini con la frittata avvolti nella carta d’alluminio; i bambini che invadevano vicendevolmente lo spazio altrui senza chiedere permesso, perché il confine tra un telo e l’altro era una mera convenzione che il gioco non riconosceva, a pieno diritto aggiungerei.
Era il caos che profumava di salsedine e crema solare al cocco, ma era un caos che aveva il sentore di umanità, un caos che sapeva di appartenenza.
Dall’altro lato, oltre gli scogli, c’era il bagno a pagamento: l’ordine contrapposto, il silenzio comprato. Gli ombrelloni allineati come soldatini di piombo, le sdraio tutte uguali, i servizi, i prodotti, la comodità: tutto ciò che si può avere se si paga il diritto di stare meglio.
Quel confine di pietre era il confine del mondo.

Adesso cammino sulla stessa spiaggia con piedi che non sono più quelli di un bambino e i miei passi lasciano solchi tra le pietre, impronte di qualcuno che è passato, che è andato, che è tornato. Trovo un varco tra gli scogli, un passaggio stretto in un muro invalicabile che da bambino sembrava una frontiera armata, una cortina di ferro fatta di teli mare e racchettoni, e lo attraverso.
Arrivo ancora una volta in uno spazio che non conosco pur essendomi famigliare: da una parte all’altra, senza che nessuno chieda documenti, senza nulla da dichiarare, senza piantoni armati alla porta o cassiere spazientite dietro ai vetri di una biglietteria.
Mentre passo, nel silenzio di una spiaggia deserta, nel privilegio strano di non dover rendere conto a nessuno, mi fermo a guardare il mare.
È uguale.
Tremendamente uguale.
La stessa onda che si infrange sul lato a pagamento è identica a quella che si infrange sul lato libero, la stessa acqua, lo stesso sale, la stessa luce obliqua del primo giorno di primavera. Il mare non sa niente dei nostri confini, non ha mai firmato nessun accordo, nessun protocollo d’intesa, nessuna legge bilaterale.
Si potrebbe dire che questa è demagogia, una forzatura, una di quelle osservazioni troppo semplici per essere prese sul serio.
Ma la realtà è esattamente questa e la semplicità non la rende meno vera, anzi.
I limiti che ci poniamo sono spesso, quasi sempre, soltanto economici. Differenze che esistono perché noi le accettiamo, perché socialmente abbiamo deciso di permettere a chi ha i soldi di stare meglio: più pace, meno confusione, più servizi, più velocità, più comodità. Il diritto di passare tra i mondi senza dover sudare tra la folla. E per gli altri, per noi in un eterno altrove, va bene tutto. Va bene il caos. Va bene la birra calda.
Non è una legge di natura ma una scelta: collettiva, silenziosa, rinnovata ogni giorno.
Ora che l’ho riconosciuto per quello che è, quel confine di sassi adesso mi fa più tristezza che da bambino, ma molta meno paura.
Lascio dietro di me una valanga di emozioni, di ricordi e rido: rido di quanto possa essere involontariamente intensa, la prima giornata di primavera.