La Risultante del Dissenso

La Risultante del Dissenso

Come il pensiero critico ha costruito la civiltà umana

PROLOGO | UNA CORSA IN TAXI AL CENTRO DEL MONDO

Era una di quelle serate triestine in cui il vento di Bora si era appena calmato, lasciando nell’aria una pulizia minerale, una velata trasparenza che si distende sulla città come un sipario sollevato di colpo. Avevo da poco imbarcato uno scienziato del SISSA (il Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste) e in pochi minuti, come accade spesso quando il passeggero ha qualcosa dentro che vuole uscire, la conversazione aveva preso una direzione che non avevo affatto previsto.

Si parlava, piuttosto animatamente fin dalle prime battute, di filosofia del linguaggio e del linguaggio generativo, di come le parole modellino il pensiero e non soltanto lo descrivano; discutavamo, in questo strano luogo di confronto, chedendoci se esistesse un confine netto tra il “segno”, scritto o tracciato, e il suo intrinseco significato: niente di più, niente di meno.

Ammetto: capitano raramente giornate in cui si possa discutere di argomenti così stimolanti, lo ammetto.

Accadde in un millesimo di miliardesimo di secondo, in uno di quegli istanti in cui la mente compie un salto quantico che non sa ancora spiegare a sé stessa: come per magia uscì dalla mia bocca questa frase.

L’evoluzione, non soltanto del genere umano ma dell’intero vivente, è la tumultuosa risultante di un dissenso.

Mi fermai, quasi sorpreso di averla formulata, al margine della carreggiata per poterla annotare velocemnete sul taccuino che tengo sempre sul cruscotto, con la stessa urgenza con cui si cattura un sogno appena sognato prima che svanisca nel nulla onirico della mente. Il passeggero sorrise, palesemente soddisfatto per quella intuizione che quasi certamente non aveva nemmeno iniziato a metabolizzare.

Aspettò sorridendo, per niente infastidito da questo “colpo di testa” del suo tassista e invece di inveire per l’inaspettata sosta, aggiunse con tono bonario: «in termodinamica lo chiamiamo sistema fuori dall’equilibrio. È l’unico stato in cui la materia produce struttura.»

Avevo capito in quello specifico momento, come fosse una rivelazione biblica, che la frase non riguardava soltanto la biologia o la storia, ma riguardava qualcosa di più profondo e più vasto: la struttura stessa di come le cose cambiano, di come il nuovo entra nel mondo, di come ogni forma superiore di esistenza, ogni civiltà, ogni scienza, ogni arte, nasce da un rifiuto, da una resistenza, da un “no” detto in modo talmente fermo da diventare, col tempo, il fondamento di un sì geometricamente diverso.

Questo scritto è il tentativo di percorrere quel territorio, di incontrare i suoi abitanti più illustri, di ascoltare le loro voci documentando ogni volta con rigore quello che hanno davvero detto e distinguendolo, quando necessario, da quello che la tradizione ha preferito attribuire loro. Perché anche in questo c’è una forma di onestà che vale più del mito.

IL DISSENSO COME MOTORE DEL MONDO

L’idea comune è che il progresso nasca dall’accordo, dall’armonia, dalla cooperazione. Ed è sommariamente vero, ma è vero soltanto in parte, e in una parte minore di quanto si creda.

L’accordo conserva, l’armonia stabilizza e la cooperazione consolida ciò che esiste: tutte funzioni necessarie e preziose, ma nessuna di esse in grado, da sola, di produrre il salto.

Il salto necessita di qualcosa di diverso: richiede che qualcuno, da qualche parte, non sia d’accordo con le condizioni date, con il modo in cui le cose sono organizzate, con la direzione che stanno prendendo, con i limiti che vengono imposti, dichiarati unanimemente invalicabili.

Il dissenso non è in contrasto con l’amore: è spesso la sua forma più alta. Il riformatore ama profondamente ciò che vuole cambiare: è proprio quell’amore a renderlo intollerante verso la sua versione degradata o incompiuta.

Lutero amò il Vangelo, non la Curia romana; Galileo amò profondamente la conoscenza del mondo fisico, non il sistema tolemaico che ne distorse la lettura. Gli esempi si sprecano, voi stessi ne potete trovare a bizzeffe..

Questa distinzione tra dissenso creativo e nichilismo distruttivo è forse la più importante che questo saggio proverà a tracciare.

C’è inoltre un paradosso che la storia offre con una regolarità quasi comica, se non fosse tragica: ogni sistema che deve la propria esistenza a un atto di dissenso tende, una volta consolidato, a perseguitare i dissidenti che produce al suo interno. Atene, che è nata dalla resistenza contro la tirannide, condanna Socrate. La Chiesa, che nasce dal dissenso di un predicatore ebreo contro il Sinedrio e il potere romano, brucia Giordano Bruno e processa Galileo mentre la Rivoluzione Francese, che nasce dal dissenso del Terzo Stato contro l’Ancien Régime, ghigliottina i propri figli nel Terrore.

Il potere ha sempre una memoria cortissima delle proprie origini, e questa amnesia sistematica è forse la più grande tragedia ricorrente della storia umana.

Ma procediamo con ordine, e con i nomi propri.

I GRANDI DISSIDENTI DELLA STORIA DEL PENSIERO

Socrate: obiettare come metodo.

Atene, V secolo avanti Cristo. La città è al culmine della propria potenza culturale e politica, e al suo interno fiorisce qualcosa che non ha precedenti nel mondo antico: una classe di uomini che si guadagnano da vivere insegnando la virtù, la retorica, l’arte di persuadere. Li chiamano sofisti. Insegnano, fondamentalmente, che la verità è relativa: che non esiste una risposta giusta, ma soltanto l’argomento più convincente. Protagora formula questa posizione nel modo più netto possibile: «l’uomo è misura di tutte le cose».

Socrate dissentì, e lo fece in modo radicale, perché la sua opposizione non riguardava soltanto questo o quel contenuto, ma il metodo stesso: il modo in cui si pensa, il modo in cui si discute, il modo in cui si cerca la verità. Il suo metodo è quello che i Greci chiamano ἔλεγχος, elenchus: non insegnare, ma interrogare; non affermare, ma smontare le affermazioni altrui fino a trovarne le contraddizioni interne. Il miglior tafano sulla pelle che si potesse mai desiderare.

Il nucleo del suo pensiero dissidente è custodito nell’Apologia platonica, quella straordinaria messa in scena del processo del 399 avanti Cristo in cui Socrate deve rispondere all’accusa di empietà e corruzione della gioventù. È lì che formula, attraverso la penna di Platone, la frase che è diventata il fondamento di tutta la filosofia occidentale.

οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα [Oîda hóti oudén oîda] “So di non sapere”. Platone, Apologia di Socrate, 21d. Citazione dalla formulazione tradizionale derivata dal testo platonico.

[Nota filologica: Va detto con precisione che questa formulazione, nella sua forma più concisa, è una parafrasi consolidata nella tradizione. Il testo dell’Apologia platonica (21d) non contiene questa frase letteralmente, ma esprime il concetto nel dialogo in cui Socrate racconta di essersi reso conto di essere più saggio degli altri proprio perché, a differenza loro, non crede di sapere ciò che non sa. La formula sintetica è un’elaborazione successiva di quel passo, diventata così radicata nella tradizione da essere accettata come rappresentativa del pensiero socratico.]

Quel “so di non sapere” è rivoluzionario in un senso che oggi facciamo fatica a misurare pienamente, perché ci sembra ovvio, ma soltanto perché Socrate lo ha pensato prima di noi. In una cultura in cui i sacerdoti sapevano per rivelazione, i sofisti sapevano per mestiere e i politici sapevano per autorità, presentarsi nella piazza pubblica a dichiarare la propria ignoranza come condizione preliminare di qualunque ricerca autentica era un atto di dissenso radicale contro tutte le forme di sapere garantito. Era dire: ogni verità che non abbia attraversato il fuoco del dubbio e dell’interrogazione è soltanto un’opinione che non si è ancora misurata con se stessa.

Atene e la sua democrazia lo condannò a morte ed è qui che vive il paradosso: il sistema che più di ogni altro aveva valorizzato il dibattito pubblico usò quel dibattito per eliminare il suo critico più acuto. Socrate avrebbe potuto fuggire, Critone glielo propose esplicitamente nel dialogo omonimo ma il maestro rifiutò, perché un dissidente che fugge la conseguenza del suo dissenso cessa di essere un dissidente e diventa soltanto un uomo che aveva opinioni scomode. Bevve la cicuta, e in quell’atto finale trasformò la propria morte nel più potente argomento che avesse mai prodotto.

Giordano Bruno: il dissenso che non abbassò la testa.

Oggi c’è una statua di Giordano Bruno nel Campo de’ Fiori che guarda verso il Vaticano.

Quasi duemila anni dopo, a Roma, nel Campo de’ Fiori, l’8 febbraio del 1600, un domenicano napoletano stava per essere bruciato vivo dall’Inquisizione. Si chiamava Giordano Bruno, ed era stato condannato per una serie di posizioni eretiche che andavano dalla cosmologia alla cristologia, dall’infinità dell’universo alla pluralità dei mondi. Aveva sostenuto, sulla scia di Copernico e spingendosi ben oltre, che l’universo fosse infinito, privo di centro, popolato di innumerevoli mondi abitati: una visione che dissolveva non soltanto il sistema tolemaico, ma l’intera architettura teologica che su di esso si reggeva.

Quando il presidente del tribunale lesse la sentenza, Bruno pronunciò quella che è diventata una delle frasi più citate nella storia del pensiero europeo.

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. Giordano Bruno alla lettura della sentenza, 8 febbraio 1600, riportata da Gaspar Schopp in una lettera del 17 febbraio 1600 a Conrad Rittershausen, considerata fonte attendibile dagli storici

«Forse voi pronunciate questa sentenza con più timore di quanto io la riceva.»

Non c’è arroganza in questa frase, o almeno non è quella la sua qualità essenziale ma troviamo qualcosa di più raro e più difficile: la consapevolezza assoluta che il proprio pensiero vale più della propria vita. Bruno sapeva esattamente cosa stava facendo perché aveva avuto anni di processo per potervi riflettere, ciò nonostante aveva scelto di non abiurare. Socrate aveva bevuto la cicuta; Bruno si immolò al fuoco. Entrambi avevano scelto la coerenza al proprio pensiero come valore supremo e in quella scelta, paradossalmente, avevano reso le proprie idee indistruttibili.

Galileo Galilei: il metodo e la ragione.

Galileo Galilei è spesso presentato come il martire della scienza contro la fede, il genio che l’oscurantismo ecclesiastico tentò di silenziare. C’è del vero in questa immagine, ma riduce a dramma personale quello che fu in realtà qualcosa di molto più vasto e più radicale: una rivoluzione nel metodo, prima ancora che nei contenuti. Il dissenso di Galileo non riguardava soltanto il sistema copernicano contro quello tolemaico. Riguardava il modo stesso in cui si legge la realtà e questa è una trasformazione che non ha ancora finito di dispiegare le proprie conseguenze.

La formulazione più precisa e più bella di questo dissenso metodologico si trova ne “Il Saggiatore”, pubblicato nel 1623, in una delle pagine più citate della storia della scienza occidentale.

La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto. Galileo Galilei, Il Saggiatore, 1623.

Questa frase è una dichiarazione di guerra. Non alle autorità ecclesiastiche (almeno non direttamente), ma all’intera tradizione aristotelica che fondava la conoscenza della natura sull’autorità del testo e sul ragionamento deduttivo. Galileo dice: la natura parla, e parla in matematica; ogni altra lingua con cui provate a tradurla vi porterà fuori strada. È questo, oggi più che mai, il manifesto del metodo scientifico moderno, molto prima che il termine esistesse.

[Nota filologica: È opportuno menzionare, con la dovuta onestà, la famosa frase “Eppur si muove”, attribuita a Galileo dopo l’abiura del 1633. Essa non è documentata in alcuna fonte contemporanea all’evento e dagli storici della scienza è considerata quasi universalmente apocrifa. La prima attestazione scritta compare soltanto nel 1761, in un’opera del giornalista Giuseppe Baretti. Questo non significa che Galileo non avesse pensieri analoghi ma trasmetterla come citazione autentica sarebbe un atto di disonestà verso il lettore. Il bello è che la sua assenza dalla documentazione storica non indebolisce affatto la figura di Galileo: la frase de Il Saggiatore è infinitamente più rivoluzionaria, e quella sì, è provata.]

Martin Lutero: il no che spaccò il mondo cristiano.

Il 31 ottobre del 1517, un monaco agostiniano di Wittenberg affisse, o forse no, la storiografia moderna ha messo in discussione anche questo dettaglio, le sue novantacinque tesi sulla porta della chiesa del castello. Si chiamava Martin Lutero, e quelle tesi erano una critica sistematica alla pratica delle indulgenze: la vendita, da parte della Chiesa, di remissioni dei peccati in cambio di denaro. Era un atto di dissenso teologico e morale insieme, atto che avrebbe cambiato per sempre la mappa religiosa, culturale e politica dell’Europa.

Il momento culminante di quella vicenda si svolse quattro anni dopo, alla Dieta di Worms, convocata dall’imperatore Carlo V nel 1521. Lutero era stato invitato a ritrattare le proprie posizioni. Rifiutò, pronunciando (il dubbio in questo caso è d’obbligo) parole divenute mito:

Hier stehe ich, ich kann nicht anders. Gott helfe mir. Amen. “Qui sto, non posso fare altrimenti. Dio mi aiuti. Amen.” Martin Lutero, Dieta di Worms, 18 aprile 1521

[Nota filologica: L’autenticità di questa formulazione è oggetto di discussione tra gli storici. Le prime trascrizioni del discorso di Lutero a Worms, apparse a stampa nelle settimane successive, non contengono la frase “Hier stehe ich, ich kann nicht anders”. Essa compare soltanto in edizioni posteriori. Gli storici della Riforma, come Heinz Schilling e Martin Brecht, ritengono probabile che la frase sia stata aggiunta in fase di pubblicazione ma non escludono che Lutero potesse averla pronunciata nell’effettiva concitazione dell’udienza. La tradizione la considera autentica; la documentazione è incerta. La riporto con questa avvertenza, perché la sua forza simbolica è tale che anche sapere che potrebbe non essere stata pronunciata esattamente così non ne diminuisce il significato storico: rappresenta fedelmente il nucleo della posizione di Lutero, che nei suoi scritti documentati è inequivocabile.]

Al di là della filologia, il gesto di Worms è chiaro: Lutero disse no davanti all’imperatore del Sacro Romano Impero e al rappresentante del Papa. Disse: la mia coscienza è legata alla parola di Dio così come io la comprendo, e nessuna autorità umana può obbligarmi ad agire contro la mia coscienza. Era il principio del primato della coscienza individuale sull’autorità istituzionale, un principio che avrebbe generato il protestantesimo, e attraverso di esso una linea di sviluppo che conduce, per percorsi tortuosi ma rintracciabili, all’illuminismo, alla democrazia moderna, all’idea stessa dei diritti individuali.

Baruch Spinoza: cogitare come metodo intellettuale.

Benedetto, poi Baruch, poi Bento: Spinoza cambiò nome tre volte nel corso della vita, e ciascun cambio corrisponde a un passaggio ulteriore nell’isolamento che il suo pensiero gli aveva guadagnato. Nel 1656 fu colpito dal חרם cherem, la scomunica più severa che la comunità ebraica di Amsterdam potesse infliggere, senza che le ragioni precise siano mai state documentate con certezza: aveva ventitré anni. Visse il resto della sua vita in un ritiro quasi totale, guadagnandosi da vivere come levigatore di lenti, corrispondendo con i filosofi europei più importanti del suo tempo, e costruendo in silenzio uno dei sistemi filosofici più imponenti dell’intera storia del pensiero occidentale.

Il suo dissenso era di natura radicalmente diversa da quello di Lutero o di Galileo: era un dissenso epistemologico, un rifiuto di tutte le forme di conoscenza fondate sull’emozione, sul pregiudizio, sul risentimento, sulla proiezione. Lo espresse in un motto di straordinaria densità, tratto dal Tractatus Politicus.

Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere. “Non ridere, non piangere, non odiare , ma capire.” Baruch Spinoza, Tractatus Politicus, I, 4.

Questa frase è il manifesto del dissenso razionalista contro ogni forma di conoscenza emotivamente contaminata. Spinoza dice: il modo in cui reagiamo emotivamente al mondo, la derisione, il dolore, l’odio non ci avvicina alla comprensione, ce ne allontana. L’unica postura intellettuale autentica è quella di chi sospende il giudizio affettivo e cerca di vedere le cose così come sono, indipendentemente da come vorreste che fossero o da come temete che siano.

È un dissenso che riguarda ogni forma di ideologia, ogni dottrina che pretenda di rispondere alle domande del mondo con l’emozione invece che con il pensiero. Ed è un dissenso che il suo autore pagò con l’isolamento assoluto, non il rogo di Bruno, non la cicuta di Socrate, ma qualcosa di forse più difficile: la solitudine della ragione in un mondo che preferisce sentire piuttosto che capire.

Karl Marx: e lo spettro che vuole cambiare il mondo.

C’è un testo di Karl Marx che in undici righe ha cambiato la storia del mondo più di qualsiasi manifesto politico del XIX secolo. Si intitola Tesi su Feuerbach, fu scritto nella primavera del 1845 e pubblicato postumo da Engels nel 1888. Non era destinato alla pubblicazione: sono appunti, schizzi di pensiero, promemoria filosofici. Eppure l’undicesima tesi è probabilmente la frase più potente che Marx abbia mai scritto e lo disse lui stesso, in un certo senso, scegliendo di farla incidere sulla propria lapide al Cimitero di Highgate a Londra.

Die Philosophen haben die Welt nur verschieden interpretiert; es kömmt drauf an, sie zu verändern. “I filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di cambiarlo.” Karl Marx, Thesen über Feuerbach, XI, 1845 pubblicato postumo da Friedrich Engels nel 1888

Questa è la formulazione più netta e più radicale del dissenso come imperativo etico. Non basta capire, bisogna agire. Non basta analizzare le condizioni di sfruttamento ma è un dovere sopprimerle. Marx disse così che duemila anni di filosofia occidentale hanno prodotto strumenti di comprensione del mondo straordinariamente raffinati, ma che tutta quella comprensione non ha cambiato di un millimetro le condizioni materiali di chi lavora e di chi soffre.

Il dissenso, per essere autentico, deve trasformarsi in prassi.

Non è questa la sede per discutere i frutti, spesso tragicamente distorti, che quella frase ha prodotto nella storia. Vale però la pena di notare che il dissenso marxiano conteneva già in sé il paradosso che abbiamo individuato come strutturale: i movimenti che si sono richiamati a quella filosofia del cambiamento hanno prodotto, quasi senza eccezione, sistemi che perseguitavano i propri dissidenti con una ferocia superiore a quella dei regimi che intendevano rovesciare. Come se la frase dell’undicesima tesi si fosse bloccata nel mezzo: avevano cambiato il mondo, sì, ma avevano dimenticato di continuare a interpretarlo.

Friedrich Nietzsche: il dissenso metafisico.

Friedrich Nietzsche è il dissidente più radicale della storia della filosofia moderna, non perché abbia contestato questa o quella dottrina, ma perché ha contestato il fondamento stesso su cui l’intera civiltà occidentale aveva costruito i propri valori per quasi due millenni. E il mio amore per lui non conosce confini. Il suo dissenso non riguardava la Chiesa, o la scienza, o il capitalismo: riguardava l’idea stessa di verità assoluta, di bene universale, di senso garantito dall’esterno.

Gott ist tot! Gott bleibt tot! Und wir haben ihn getötet! Wie trösten wir uns, die Mörder aller Mörder? “Dio è morto! Dio rimane morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo, noi, assassini fra gli assassini?” Friedrich Nietzsche, Die fröhliche Wissenschaft, §125, 1882.

Il momento cruciale di questo dissenso si trova nel paragrafo 125 della Gaia Scienza, pubblicata nel 1882: il celebre passo dell’uomo folle che trovate qui riportato.

Bisogna capire cosa significa questa frase, certamente, ma sopratutto cosa non significa. Nietzsche non celebrava uno spicciolo ateismo, non sta dicendo che Dio non esiste e che è una buona notizia ma diceva a pieni polmoni qualcosa di molto più inquietante: la civiltà europea ha di fatto smesso di credere davvero nei valori cristiani nell’assoluto, nel soprannaturale, nel senso trascendente dell’esistenza, ma non ha ancora capito le conseguenze di questa perdita. Ha ucciso Dio senza accorgersene, e ora vive come se Dio esistesse ancora, appoggindosi su fondamenta che non esiatono più.

Il dissenso di Nietzsche è quindi un dissenso contro l’ipocrisia fondativa della modernità: la pretesa di continuare a usare categorie morali: il bene, il male, la verità, la giustizia come se fossero ancora garantite da un ordine cosmico, quando quell’ordine è stato segretamente smantellato. Voleva che l’umanità guardasse in faccia ciò che aveva fatto e poi avesse il coraggio di ricostruire i valori da zero, senza rete di sicurezza.

Non molti ebbero quel coraggio e Nietzsche, che negli ultimi anni di vita scivolò nella follia e fu poi strumentalizzato in modo ignobile dalla sorella Elisabeth a fini ideologici nazionalistici (una deformazione che lui, germanofilo critico e antisemita per un giorno solo per sbaglio, avrebbe rifiutato con orrore) rimase il più solo dei dissidenti: quello che aveva demolito tutto e non era sopravvissuto abbastanza a lungo per costruire.

Ludwig Wittgenstein: oltre sé stesso.

Wovon man nicht sprechen kann, darüber muss man schweigen. “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.” Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, proposizione 7, 1921.

Nel caso di Wittgenstein troviamo una forma di dissenso che è forse la più rara e la più nobile di tutte: il dissenso nei confronti del proprio pensiero precedente. Ludwig Wittgenstein, il filosofo viennese che emigrò a Cambridge e che è generalmente considerato il più importante filosofo analitico del Novecento, la praticò in modo così radicale da produrre due filosofie quasi incompatibili tanto da rendere il proprio percorso intellettuale una delle parabole più affascinanti della storia del pensiero.

Nel 1921 pubblicò il Tractatus Logico-Philosophicus, un’opera di trentamila parole scritta in parte nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, che pretendeva di aver risolto tutti i problemi fondamentali della filosofia mostrando i limiti del linguaggio. L’ultima proposizione, la settima, è diventata una delle frasi più citate del Novecento.

È una frase di potenza spropositata, e al tempo stesso è il sigillo di un sistema che Wittgenstein stesso avrebbe poi demolito. Dopo aver creduto di aver risolto i problemi della filosofia, si ritirò dall’accademia per anni, insegnò nelle scuole elementari austriache, lavorò come giardiniere in un monastero, progettò la casa di sua sorella a Vienna con un rigore geometrico ossessivo. Poi tornò a Cambridge dove cominciò a scrivere qualcosa di completamente diverso.

Le “Ricerche Filosofiche”, pubblicate postume nel 1953, sono il documento di un dissenso interiore senza precedenti nella storia della filosofia. Wittgenstein smontò sistematicamente i presupposti del Tractatus, in particolare l’idea che il linguaggio funzioni rappresentando la realtà come una serie di fatti atomici. Introdusse invece il concetto di “giochi linguistici”: il significato delle parole non è dato da una corrispondenza con la realtà, ma dall’uso che se ne fa all’interno di pratiche sociali specifiche. Il linguaggio non descrive il mondo ma lo costruisce, lo abita, lo negozia di continuo tra parlanti in relazione.

Che cosa significa questo per la nostra tesi? Significa che anche il linguaggio, il mezzo con cui il dissenso si esprime, è esso stesso il prodotto di dissensi successivi, di usi che si impongono sugli usi precedenti, di significati che si spostano e si ridefiniscono in risposta a bisogni nuovi. La lingua che parliamo è una stratificazione di piccole ribellioni semantiche, di parole che hanno dissentito dalla propria origine per diventare altro.

Theodor W. Adorno: il contrasto sociologico.

La Seconda Guerra Mondiale non fu soltanto una catastrofe militare e morale: fu anche una catastrofe per la filosofia, che si trovò a dover rispondere a una domanda per la quale non aveva strumenti adeguati. Come era stato possibile? Come una delle nazioni più culturalmente avanzate d’Europa aveva potuto produrre Auschwitz? Theodor W. Adorno, filosofo e sociologo francofortese esiliato negli Stati Uniti dal nazismo, dedicò larga parte della propria vita intellettuale a questa domanda. Le risposte che elaborò costituiscono uno dei più potenti atti di dissenso sociologico del Novecento.

Es gibt kein richtiges Leben im falschen. “Non esiste vita giusta nella vita falsa.” Theodor W. Adorno, Minima Moralia, §18, 1951.

Questa frase è un atto di dissenso contro l’idea che sia possibile vivere bene eticamente, pienamente, autenticamente all’interno di un sistema sociale che è strutturalmente ingiusto. Non basta essere buoni individualmente in una società cattiva. Non basta comportarsi correttamente nel quadro di relazioni economiche e culturali che producono sistematicamente disumanizzazione.

I Minima Moralia, scritti tra il 1944 e il 1947 e pubblicati nel 1951, sono il documento di quell’elaborazione. Un libro di aforismi, di frammenti, di pensieri spezzati, perché Adorno era convinto che il sistema filosofico chiuso e coerente fosse ormai una forma impossibile dopo quello che era accaduto. Il pensiero doveva rinunciare alla coerenza sistematica e avvicinarsi alla realtà per frammenti, come la luce attraverso i vetri rotti di uno specchio. Il diciottesimo aforisma contiene una frase a dir poco iconica e aderente allo scopo di questo mio scritto e lo avete potuto leggere in tutta la sua potenza.

Chi pensa di poter trovare la propria nicchia di vita retta all’interno di un sistema falso si illude o, peggio, collabora con quell’illusione.

È un dissenso scomodo, perché non indica una via d’uscita. Adorno non ci dice di rivoltarci per cambiate il sistema, ma asserisce qualcosa di più radicale e di più difficile: siate consapevoli, non cedete alla tentazione del comfort intellettuale, di quella pace della mente che si ottiene smettendo di pensare alle contraddizioni su cui poggia la vostra esistenza quotidiana.

Il pensiero critico, il “Kritische Theorie” che dà il nome alla scuola di Francoforte non è un programma politico: è una postura intellettuale permanente, una vigilanza che non si concede pause.

Marcel Duchamp: essere contro l’arte stessa.

Nel 1917, Marcel Duchamp prese un orinatoio bianco di porcellana, lo firmò con lo pseudonimo “R. Mutt”, lo intitolò Fontaine e lo presentò alla Society of Independent Artists di New York. Il comitato espositivo, di cui Duchamp faceva parte in forma anonima, lo rifiutò.

Fontaine non fu esposta, ma la fotografia che Alfred Stieglitz ne scattò, e le discussioni che quell’oggetto generò, cambiarono la storia dell’arte del Novecento in modo irreversibile. Duchamp stava ponendo una domanda che l’arte non si era mai posta in modo così brutale e così diretto: cos’è l’arte?

È la bellezza della forma?

Forse è l’abilità tecnica dell’esecuzione?

O l’intenzione dell’artista?

È la cornice istituzionale: la galleria, il museo, il critico che la certifica tale?

La risposta implicita di Duchamp era: è la decisione. L’arte è tale perché qualcuno ha deciso che lo sia. L’orinatoio è arte non perché sia bello o perché richieda abilità ma perché un artista ha compiuto un gesto di scelta, di prelievo, di ricontestualizzazione. Questo atto, che Duchamp chiamò readymade, è il dissenso più radicale che la storia dell’arte abbia mai prodotto, perché non contesta questo o quel canone estetico: contesta l’idea stessa che esista un canone, un criterio oggettivo, una definizione stabile di cosa l’arte sia.

Le conseguenze di quel dissenso sono ancora tutte con noi: ogni volta che entriamo in un museo contemporaneo e ci chiediamo «ma questo è arte?» stiamo ancora rispondendo (o evitando di rispondere) alla domanda che Duchamp pose nel 1917 con un orinatoio.

Andy Warhol: contro il genio irripetibile.

Se Duchamp aveva dissolto il confine tra arte e oggetto quotidiano, Andy Warhol dissolse il confine tra arte e produzione di massa, tra unicità e serialità, tra aura e riproduzione.

Le sue serigrafie di lattine di zuppa Campbell, di bottiglie di Coca-Cola, di Marilyn Monroe ripetuta quaranta volte in variazioni cromatiche diverse erano un atto di dissenso preciso e consapevole contro la tradizione romantica dell’artista-genio che produce opere irripetibili, cariche di unicità spirituale.

Warhol disse: tutto ciò che vi circonda è già arte. I vostri supermercati, i vostri divi del cinema, i vostri prodotti industriali sono già immagini esteticamente elaborate, già icone. Io non faccio altro che mostrarvi quello che avete già davanti agli occhi senza vederlo.

“In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes.” Attribuita ad Andy Warhol, catalogo della mostra al Moderna Museet di Stoccolma, 1968 testo riportato come autentico dalla fondazione Warhol, anche se le circostanze precise della prima formulazione sono state oggetto di discussione.

Quindici minuti di fama per tutti: è la demitizzazione definitiva del genio come categoria culturale.

Non esistono artisti irripetibili, esiste la macchina mediale che produce visibilità, e quella macchina, in linea di principio, può toccare chiunque.

Warhol stava descrivendo, con trent’anni di anticipo, l’economia dell’attenzione in cui oggi viviamo: il mondo dei social media, del reality show, dell’influencer. Stava formulando un dissenso contro la sacralità dell’arte che era anche una profezia sociologica.

 

 

 

IL DISSENSO CIVILE: I CORPI CHE DICONO NO

Rosa Parks: dissenso come gesto fisico

Il 1° dicembre del 1955, a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks salì su un autobus della linea cittadina dopo una lunga giornata di lavoro come sarta. Occupò un posto nella sezione riservata ai neri, le prime file erano riservate ai bianchi. Quando l’autobus si riempì e un passeggero bianco rimase senza posto, l’autista le ordinò di alzarsi e cedere il posto. Rifiutò e fu arrestata.

Questo gesto, restare seduta, innescò il boicottaggio degli autobus di Montgomery, che durò trecentottantuno giorni e si concluse con la desegregazione dei trasporti pubblici in Alabama. Fu il momento catalizzatore del movimento per i diritti civili americano, che avrebbe portato, nel 1964, al Civil Rights Act.

«L’unica stanchezza che avevo era la stanchezza di cedere.» È forse la definizione più precisa di cosa sia il dissenso nella sua forma più elementare: il rifiuto di continuare a fare ciò che si è sempre fatto perché così viene imposto. Non un’ideologia, non un programma politico, non un manifesto ma un corpo che si ferma, che non cede il proprio posto, che si appropria fisicamente dello spazio che gli compete.

“The only tired I was, was tired of giving in.” Rosa Parks, Rosa Parks: My Story, 1992.

Vale la pena di notare che Rosa Parks non era una passeggera casuale che aveva deciso spontaneamente di ribellarsi per stanchezza. Era un’attivista politica di lunga data, segretaria della sezione locale della NAACP, che aveva già frequentato la Highlander Folk School, un centro di formazione per attivisti dei diritti civili. Il suo gesto era sì spontaneo nell’esecuzione, ma radicato in anni di pensiero, organizzazione, preparazione. Il dissenso autentico è raramente improvvisato: è quasi sempre la manifestazione visibile di un lavoro interiore lungo e silenzioso.

LA STRUTTURA DEL DISSENSO: ALCUNE OSSERVAZIONI

Dopo aver percorso questo territorio e incontrato questi testimoni, è possibile avanzare alcune osservazioni sulla struttura del dissenso come fenomeno ricorrente nella storia umana.

La prima è quella che abbiamo già nominato: ogni sistema tende a perseguitare i propri dissidenti, dimenticando che deve la propria esistenza a un atto di dissenso originario. Questa amnesia non è accidentale ma strutturale. Il potere, per funzionare, ha bisogno di presentarsi come naturale, necessario, inevitabile; e ogni dissidente che dice «non è inevitabile, potrebbe essere altrimenti» minaccia quella narrazione fondativa. Eliminarli non è soltanto repressione politica: è un atto di autodifesa cognitiva del sistema.

La seconda osservazione riguarda il prezzo del dissenso, e il fatto che quel prezzo è parte costitutiva dell’atto stesso. Socrate bevve la cicuta, Bruno fu bruciato e Galileo abiurò sotto costrizione. Lutero rischiò la scomunica e l’esecuzione, Spinoza fu scomunicato dalla propria comunità mentre Marx visse in esilio per decenni. Wittgenstein abbandonò la carriera accademica. Rosa Parks fu arrestata. Il prezzo il rischio, la perdita, la persecuzione è ciò che distingue il dissenso autentico dall’opinione divergente. Chi non rischia niente quando dissente non sta davvero mettendo in gioco se stesso: sta soltanto esprimendo una preferenza.

La terza osservazione è quella forse più importante per il momento storico attuale. Viviamo in un’epoca in cui il dissenso è paradossalmente facilissimo da esprimere e sempre più difficile da essere. I social media hanno dato voce a milioni di persone (tanto mi fu caro il giudizio lucido e tagliente di Umberto Eco al riguardo) che non l’avevano mai avuta, e questo è un bene reale e misurabile, ma hanno anche prodotto un’inflazione del dissenso: quando tutto può essere detto senza conseguenze significative, quando ogni opinione contraria trova immediatamente la propria tribù di conferma, quando il costo del dissenso si è avvicinato a zero allora il dissenso perde la sua forza trasformativa e diventa rumore.

I veri dissidenti del nostro tempo, quelli che pagano un prezzo reale per ciò che pensano, che rischiano la carriera, la libertà, la vita esistono, ma li troviamo raramente nei circuiti dell’attenzione mediatica. Troppo rumorosi, troppo pericolosi per lo status quo. Esistono nelle prigioni russe e cinesi, nelle sale di tribunale della Bielorussia, nelle redazioni dei giornali indipendenti in paesi dove la stampa libera è ancora un rischio mortale. Esistono in luoghi in cui il prezzo del dissenso è ancora alto abbastanza da essere reale.

E allora forse la domanda che questa conversazione nata per puro caso in un taxi triestino, ci lascia come eredità è questa: in un mondo in cui tutto può essere detto, che cosa vale davvero la pena di dire? In un’epoca in cui il dissenso è diventato un genere di intrattenimento, dove si trovano i dissidenti che cambieranno davvero qualcosa? E soprattutto, siamo ancora in grado di riconoscerli, prima che la storia ce lo dica?

EPILOGO: SONO IN QUANTO FACCIO

C’è un motto che mi appartiene e che ha guidato, forse inconsapevolmente, la scrittura di questo saggio: sono in quanto faccio. Non sono ciò che penso di essere, o ciò che vorrei essere, o ciò che gli altri pensano che io sia. Me lo ripeto ogni giorno, in ogni occasione, quando guido un taxi, quando faccio volontariato, quando mi metto gli scarpini e vado in campo ad allenare i bambini.

Sono ciò che faccio le scelte che compio, i rischi che corro, i no che pronuncio quando sarebbe più comodo dire .

Tutti i personaggi che abbiamo incontrato in queste pagine hanno incarnato, ciascuno a modo suo, questa identità fatta di atti e mi sono passati tutti in rassegna nella mente, una volta sbarcato il cliente che è stata l’involontaria miccia di questa deflagrante analisi.

Il dissenso quindi, per come lo abbiamo trattato qui, non è un’opinione ma un gesto, è il momento in cui il pensiero si fa corpo e azione, in cui la comprensione intellettuale si traduce in scelta esistenziale, in cui si accetta il prezzo di essere qualcosa di preciso in un mondo che preferirebbe la nostra omologazione. È il momento in cui si smette di interpretare il mondo e si comincia, come diceva Marx con tutta la sua problematicità, a cambiarlo.

L’evoluzione (del genere umano, della civiltà, dell’arte, del pensiero) è la risultante di un dissenso non perché il conflitto sia buono in sé, ma perché ogni salto verso qualcosa di migliore richiede che qualcuno abbia avuto prima il coraggio di dire: no, non è proprio che deve andare.

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